Vaccino anti Covid-19: a che punto siamo davvero?

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È ormai in dirittura di arrivo la sperimentazione sull’uomo del vaccino anti Covid-19, messo a punto dall’azienda italiana Advent IRBM e dallo Jenner Institute della Oxford University: una fase che coinvolgerà 550 volontari a partire da fine aprile. Significa che la svolta decisiva nei confronti di questo terribile virus è ormai dietro l’angolo? O, pur trattandosi di un passo importante, non è il caso di farsi trascinare da eccessivi entusiasmi?

In altre parole: a che punto siamo nel percorso che ci porterà a superare questa situazione critica?

Lo abbiamo chiesto al professor Fabrizio Pregliasco (nella foto in basso), virologo, direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

Il concetto base della vaccinazione è quello di costruire un’immunizzazione nei confronti di un determinato agente patogeno. Nei confronti del Covid-19, si sta già utilizzando questa strategia iniettando nei pazienti malati il plasma di persone che hanno superato l’infezione e quindi hanno sviluppato gli anticorpi.

Che differenza c’è tra questo tipo di immunizzazione e quello determinato dal vaccino?

Quella ottenuta iniettando nei pazienti le immunoglobine concentrate di persone che hanno già superato l’infezione è la cosiddetta “immunizzazione passiva”: ha un’azione immediata, che però gradualmente si degrada. Potremmo definirla un’immunizzazione “a tempo”.

La vaccinazione, invece, fornisce una”immunizzazione attiva”, cioè sollecita il nostro sistema immunitario a costruire attivamente gli anticorpi che gli servono per contrastare il virus. Questo tipo di immunizzazione è a lungo termine: qualora dovessimo incontrare il virus, anche a distanza di tempo, il nostro organismo ricorderà come produrre quegli anticorpi che gli servono per non ammalarsi.

Nel corso del tempo, i metodi utilizzati per indurre tramite vaccinazione la risposta immunitaria da parte dell’organismo sono stati diversi, così come pure le tipologie di inoculazione dei germi. Come “funziona” il vaccino anti-Covid?

Per i vaccini anti-Covid (ricordiamo che sono diverse decine i progetti che in questo momento si stanno portando avanti, in tutto il mondo) si stanno utilizzando principalmente 3 modalità.

Una consiste nell’utilizzare degli adenovirus – cioè dei virus che non creano problemi all’organismo umano – come vettori del Coronavirus, precedentemente “spezzettato”. In pratica, i “pezzi” di Coronavirus vengono caricati sugli adenovirus come sui vagoni di un treno, che poi viene inoculato nell’organismo, sollecitandone la risposta immunitaria.

La seconda modalità è molto simile alla prima, ma anziché inoculare il virus stesso smembrato, prevede l’inoculazione di pezzi del suo genoma, l’RNA.

La terza modalità, infine, che è quella portata avanti dal progetto Pomezia-Oxford, non prevede una tipologia iniettiva, ma intradermica: al soggetto viene applicato un cerotto dotato di 400 aghi. Tramite questi aghi vengono veicolati nel derma della persona dei frammenti di virus, e più precisamente la parte dell’”uncino” che serve al germe ad agganciarsi e a entrare nelle cellule. In questo modo, l’organismo sviluppa anticorpi specifici verso questa parte che è fondamentale per la replicazione virale.

La sperimentazione umana del vaccino si avvarrà di 550 volontari. Come si svolgerà concretamente? Sarà necessario saltare dei passaggi, data la situazione d’emergenza?

Il percorso sarà effettivamente abbreviato e un po’ più invasivo rispetto a quello utilizzato in altri casi. Di solito, la prassi prevede che i soggetti a cui è stata somministrata la vaccinazione sperimentale restino sotto osservazione per periodi piuttosto lunghi, diciamo dai 6 mesi ai 2 anni, per vedere chi contrae la patologia e chi no. In questo caso non è possibile aspettare così tanto. Per velocizzare il percorso, si procederà con uno studio Challenge, ossia i volontari, una volta vaccinati, saranno sottoposti a un’esposizione intenzionale e standardizzata al virus, effettuata in laboratorio.

Se la sperimentazione avrà successo, il vaccino potrà essere disponibile già da settembre, ma con “modalità d’uso compassionevole”. Che cosa significa?

I criteri che portano alla diffusione di un vaccino a larga scala sono due: l’efficacia e la sicurezza. La sperimentazione sui 550 volontari sarà utile a garantire l’efficacia del vaccino anti-Covid-19. Il criterio di sicurezza, tuttavia, ha bisogno di ben altri numeri (15-20.000 persone).

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Per questo, si prevede un passaggio intermedio, di uso compassionevole, in cui il vaccino verrà somministrato a soggetti – come gli operatori sanitari – che offrono la loro disponibilità a essere vaccinati per primi, con le responsabilità e i rischi che questo comporta.

Pensare che nel primo trimestre del 2021 il vaccino possa essere esteso a tutta la popolazione è quindi eccessivamente ottimistico?

Direi proprio di sì. Tra l’altro, anche a livello industriale, la preparazione del vaccino su larga scala richiede inevitabilmente tempo. Perché si possa avere la disponibilità concreta del vaccino sarà quindi necessario aspettare ancora, almeno un anno.

Che cosa possiamo fare nel frattempo?

Osservare le norme igieniche e di mantenimento delle distanze sociali che sono state raccomandate in questi mesi. Soprattutto per i soggetti più fragili, è importante sottoporsi come sempre, nella prossima stagione autunnale, al vaccino anti-influenzale e a quello anti-pneumococco, non tanto perché questi vaccini possono offrire una sorta di protezione indiretta anche per il Coronavirus, ma in quanto sono in grado di eliminare una quota di patologie i cui sintomi sono molto simili a quelli del Covid-19.

Mettiamoci in testa che dovremo convivere con questo virus. La nota positiva è che, col tempo, probabilmente diventerà più “buono”: non è nel suo interesse che l’organismo che lo ospita muoia. E, nel frattempo, miglioreranno anche le nostre capacità organizzative e di cura.

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