Folle, scorretto, irresistibile il film di Checco Zalone è uno schiaffo alla stupidità

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Tolo Tolo è stato scritto a quattro mani da Checco Zalone con Paolo Virzì, proprio da un’idea del regista di La prima cosa bella

Checco Zalone è un uomo nato per sognare. Lo dichiara il suo alter ego protagonista del suo primo film da regista, Tolo Tolo, e sembra una delle intenzioni alla base della pellicola in uscita nelle sale italiane dal 1 gennaio 2020.

Grandi progetti, desiderio di realizzazione anche a discapito degli altri, questo il profilo del Checco di Tolo Tolo, anche questa volta e forse in maniera meno calcata e più veritiera, specchio dell’italiano medio, quello che si accontenta di vivere in mezzo ai luoghi comuni e guarda sempre la pagliuzza nell’occhio dell’altro. Recita la sinossi del film: «Non compreso da madre patria, Checco trova accoglienza in Africa. Ma una guerra lo costringerà a far ritorno percorrendo la tortuosa rotta dei migranti».

Non serve altro per descrivere il film più coraggioso e politico di Luca Medici, in arte Checco Zalone perchè ora che l’ex comico di Zelig e re del botteghino è anche dietro la macchina da presa, è arrivato il vento di cambiamento: non più prendere in giro le nostre ipocrisie in maniera sottile e implicita, prediligendo la facile battuta, ma un umorismo tagliente, una satira dissacrante e metaforicamente violenta che prende lo spettatore per la camicia scuotendolo, li a rinfacciargli tutte le sue nefandezze, l’intolleranza, le bugie della politica a cui ci fa comodo credere per odiare, il razzismo.

Il presagio di questo c’era stato, a giudicare dalle fiammanti polemiche dei giorni scorsi in seguito all’uscita del trailer del film, video musicale della canzone Immigrato, per il quale Zalone è stato accusato di essere razzista da una parte di Italia e in opposizione, quasi invitato a diventare senatore a vita da Matteo Salvini e il suo seguito. «Il trailer non c’entra niente con il film e ci aspettavamo di destare qualche polemica anche se non fino a questo punto» rivela Zalone e prosegue: «Non mi aspettavo di essere sulle prime pagine dei giornali e oggetto di dibattito nei talk show. Francamente mi son anche un po’ stancato e dopo 3 giorni non ho seguito più».

A qualche ora dalla visione di Tolo Tolo, aleggia la definizione di film politico e anti- salviniano anche se c’è molto di più che una critica alla politica idi tolleranza zero sui rifugiati.

Uno dei personaggi è un disoccupato dello stesso paese di Checco che nel corso di un breve tempo fa una carriera politica sfavillante. Nel descriverlo Zalone non si limita a descrivere Salvini: «Ha la carriera di Di Maio, l’ho vestito come Conte e ha il linguaggio di Salvini, diciamo che ho creato un mostro dei nostri tempi» scherza il regista.

Cosa penserà quindi Matteo Salvini e chi lo supporta, di Tolo Tolo?: «E che cazzo ne so io di che dirà» risponde ridendo Zalone e aggiunge: «Tutto è politica. Io non mi metto a fare un film contro Salvini. Secondo me Salvini è l’espressione della gente e la gente si sentirà chiamata in causa». Prende di mira tutti infatti Checco, anche chi tanto parla ma niente fa, come i tanti intellettuali e forse anche la stampa che si riempie di frasi come quella che un famoso giornalista, incontrato sulla rotta tra camion affollati e camminate nel deserto, si vanta di decantare: «i più poveri che ho conosciuto sono quelli che hanno soltanto i soldi». Il Pierfrancesco Zalone detto Checco di Tolo Tolo conserva quell’egoismo strappa- risata dei suoi consueti personaggi ma le sue reazioni lasciano spesso increduli come la sua noncuranza in mezzo alla guerriglia. Di quella scena sotto le bombe racconta: «La scena della guerriglia in cui non vengo toccato da ciò che mi succede intorno l’ho improvvisata. Ho provato a girare me spaventato ma non funzionava mentre la vera metafora è quella che racconta chi non riesce a guardare a ciò che gli succede intorno, c’ha le cose sue. È grottesca la scena, ti scoppia una bomba vicino e non te ne frega niente. È congenito nell’uomo l’egoismo».

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Se le polemiche non l’hanno colpito, il neo- regista ci tiene però a rinnegare le accuse di sessismo, chiamando a supporto la sua co- protagonista Manda Touré: «Qualcuno ha parlato di sessismo eppure io non ho spogliato nessuno, non ho fatto vedere neanche il sedere di Manda. Le ho regalato un personaggio interessante, intenso, una donna battagliera che ci porta in salvo. Mi hanno dato del maschilista ma non è così, non c’è una tetta, una doccia».

Tolo Tolo è stato scritto a quattro mani con Paolo Virzì, proprio da un’idea del regista di La prima cosa bella. Di questa sua prima esperienza dietro la macchina da presa Zalone rivela: «È andata così, Paolo Virzì aveva questo soggetto e piano piano mi rendevo conto che glielo stavo rubando, che in scrittura stavo costruendo il personaggio su di me. Quando siamo andati a girare non è che mi sia pentito ma mi son reso conto della difficoltà del dirigere. Lì un po’ ho bestemmiato perché si è anche un po’ accanita la sfortuna. Pensate che non pioveva in quella zona in Africa da vent’anni».

Sarà la presenza virtuale di Virzì oppure dei segmenti di Mamma Roma di Pasolini omaggiati nel film ma il cammino di Luca Medici sembra ispirarsi ad un certo cinema italiano di vecchia memoria. Lo conferma Medici/ Zalone parlando dei suoi modelli: «Io guardo con estremo rispetto alla commedia italiana, a Dino Risi, ad Alberto Sordi con le dovute proporzioni. Questi sono i miei modelli».

È proprio commentando Mamma Roma che Zalone si trova a spiegare anche la presenza, nel film, dei suoi “attacchi di fascismo”: «Inserire Mussolini è la prima idea che mi è venuta, faccio il coglione parlando come lui» racconta il regista e specifica: «È una metafora per descrivere l’intolleranza che ci viene fuori quando siamo nei momenti di difficoltà, con il caldo, lo stress, un po’ come la candida».

Tolo Tolo senz’altro dividerà il pubblico. Verrà capito? Zalone chiude la presentazione del film citando De Gregori: «Credo che la gente sa benissimo dove andare, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare».

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