Caso Gregoretti. Il Senato autorizza il processo a Salvini. La Lega non vota

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I termini risuonati di più ieri, nell’aula del Senato durante l’intervento di Matteo Salvini, sono stati «figlio» e «figli». Come in un film melodrammatico che si rispetti, la loro ripetuta evocazione ha caratterizzato una seduta segnata da tensioni, anche forti, durante l’intervento dell’ex ministro dell’Interno, ma volata via senza particolare pathos.

E conclusasi col finale scontato: con 152 voti (contro 76) è stato respinto l’ordine del giorno di Fi-Fdi, contrario al processo per “sequestro di persona” nel caso “Gregoretti”, confermando così il parere già dato dalla Giunta per le immunità. «Voglio chiarezza, per me, per rispetto nei confronti dell’incarico ricoperto e soprattutto per i miei figli che meritano di sapere che il loro padre ha servito il Paese e non è un sequestratore di bambini», è stata una delle frasi salienti di Salvini, giunto puntuale alle 9 e 30 del mattino. Che ha anche citato un sms mandatogli dal figlio «prima di andare a scuola per dirmi “Forza papà”». E ha detto che ha dovuto rassicurare Mirta, la figlia piccola, che «nessuno vuole cancellare papà», riferimento a un titolo di un quotidiano (Repubblica) che non ha voluto citare. Qualcuno gli grida: «Non tirare in ballo i figli». E lui controreplica: «Portate rispetto almeno a due ragazzi che vanno a scuola».

Si chiude così una partita in piedi da mesi e che ora, verosimilmente, sarà trasformata dal capo leghista in una sorta di rito persecutorio nei suoi confronti per trarne i maggiori vantaggi possibili in termini di consenso. Sperando, ovviamente, in un’assoluzione. Il leader della Lega, avvolto in una giacca un po’ stretta, ha riconosciuto che i numeri contro di lui «sono evidenti», ma ha tenuto il punto: «Ho fatto il mio dovere. La difesa dei confini nazionali è un sacro dovere, oltre che un diritto».

Alza le mani il “Capitano”, che ripete ancora di preferire a questo punto che «si faccia luce una volta per sempre in un tribunale» e chiede ai suoi parlamentari di non opporsi al giudizio. Loro hanno eseguito, limitandosi però a non partecipare al voto uscendo dall’aula.

Il caso Gregoretti finisce così all’opposto di quello della Diciotti, stoppato un anno fa dal “no” al processo supportato dal M5s allora alleato di Salvini. A proposito di ex alleati, l’ex vicepremier comincia l’arringa attaccando il governo assente: «Se c’è qualcuno che scappa oggi non è la Lega, ma tra i banchi del governo», che in effetti sono desolatamente vuoti, anche se la presidente Casellati puntualizza che «non era prevista la presenza del governo».

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Salvini insiste nel dire che non c’è stato alcun sequestro di persona. E annuncia che disobbedirà ai consigli dell’avvocato (e senatrice) Giulia Bongiorno, che prima si era appellata all’aula («Siate liberi, coraggiosi e forti«, votando no) e aveva ricordato che pure il premier Conte disse «bisogna ricollocare nella Ue e poi autorizzare lo sbarco». «Lei ha ragione, ma io sono testone – ribadisce il leghista – e stufo di impegnare quest’aula con casi simili». E difatti da Milano spunta pure la chiusura delle indagini per diffamazione dopo la querela di Carola Rackete, comandante della “Sea Watch3”. Salvini resta sulle sue anche dopo il voto: «Sono tranquillo e orgoglioso di quel che ho fatto. Lo rifarò appena torno al governo». L’affondo più duro contro di lui, più che dal Pd arriva dal leader di M5s, Vito Crimi: «Salvini è da mesi in stato confusionale».

In tribuna si materializza anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, venuta a portare solidarietà personale, ma soprattutto alla linea politica sviluppata da Salvini al Viminale. Una presenza che non basta però a dissimulare un’altra battaglia, stavolta interna al centrodestra. Fdi, partito in crescita nei sondaggi, torna infatti ad alzare la voce sulle prossime regionali: «Non rompa l’unità del centrodestra», minaccia il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. «Servono nomi nuovi, non gente che sta lì da 20 anni», è l’immediata replica del Matteo leghista, che conferma così l’avversione alla candidatura Fitto (sponsorizzato dai “meloniani”) in Puglia.

A sera, al termine di una giornata lunga e difficile malgrado i sorrisi ostentati, Salvini torna sul punto e definisce l’aver dovuto difendersi in Senato «surreale, io ho difeso l’Italia». E stamattina dirà le stesse cose incontrando la stampa estera.

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